Dante e la Divina Commedia parlano di diritto

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Oggi è il Dantedì, il giorno dedicato al sommo poeta.

E perché un avvocato dovrebbe celebrare Dante?

Perchè Dante è l’arte dell’oratoria, della parola e chi meglio di un avvocato conosce l’importanza della parola, scritta e parlata. Se poi di cognome fa Di “Virgilio”…il legame è inevitabile.

Dante, Divina Commedia e la legge

La Divina Commedia e il pensiero di Dante hanno una chiara matrice legale.

Nell’intera Divina Commedia Dante riveste il ruolo di avvocato difensore, di pubblica accusa e di giudice: denuncia, difende, condanna e assolve. Ed è un’opera di un’attualità incredibile.

Ci sono molti modi di intendere i confini del diritto. Ma cosa accade se a violare i limiti sono proprio quelle autorità pubbliche che dovrebbero farli rispettare?

Dante immagina l’aldilà come un ambiente fortemente regolato, dotato di una complessa rete di leggi locali, giurisdizioni gerarchiche, punizioni e ricompense.

La Divina Commedia è permeata di rituali giuridici: privilegi speciali, concessioni, immunità, amnistie e assoluzioni, giuramenti e patti. Sono queste le forme del diritto che esprimono la posizione di Dante nei confronti della legge e della giustizia.

Nella ricostruzione dantesca della giustizia divina i casi limite svolgono un ruolo centrale.

Le regole vengono illustrate per essere poi velocemente infrante: i pagani sono salvati, i dannati compatiti, i giuramenti infranti, le condanne ridefinite.

Lo stesso racconto del viaggio di Dante e Virgilio è di per sé un’eccezione: il privilegio personale accordato a Dante di attraversare l’aldilà, rimanendo immune dalle regole e dalle leggi che ha lui stesso ha ideato.

Per Dante il potere divino non è del tutto slegato dalle leggi: l’eccezione può essere ancorata a un sistema di regole e il diritto può tollerare l’eccezione.

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Photo by Zoya Loonohod on Unsplash

 

Dante e i confini del diritto nella Divina Commedia

La minaccia principale all’ordine legale veniva collocata da Dante nella disintegrazione del tessuto culturale che aveva a lungo sostenuto il diritto. I conflitti giurisdizionali tra Chiesa e Impero e le guerre che flagellavano la penisola italiana avevano gravemente compromesso la fiducia dei cittadini.

L’opinione pubblica era stata contaminata dalla politica di fazione, gli ufficiali corrotti avevano eroso la fiducia collettiva, i privilegi del clero e della nobiltà erano stati mercificati, e tradizionali modelli di comportamento economico avevano smesso di essere rispettati: il corso ordinario del diritto positivo aveva così finito per diventare solo un’altra forma di violenza legittimata.

Separato da un’etica politico-culturale condivisa, il diritto rivelava tutti i suoi limiti. Quando, nel VI canto del Purgatorio, Dante paragona Firenze a una donna malata disposta a cambiare «legge, moneta, officio e costume» ogni volta che si rigira nel letto, non punta il dito contro la sospensione arbitraria della legge, ma contro l’arbitrarietà delle leggi stesse.” (1)

Con la Divina Commedia Dante sottolinea come esista sempre una differenza tra la giustizia divina e quella umana. E si ispira alla giustizia terrena per modellare il suo aldilà.

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Paolo Lamberti, Margutte

 

La mia parte preferita della Divina Commedia è il canto V dell’Inferno, che ha come protagonisti Paolo e Francesca.

Mi ricordo come la mia professoressa di italiano al liceo mi incantò con il suo modo di raccontarci e recitare la Divina Commedia.

E nonostante in quel momento non fossi ancora così consapevole dell’importanza di questa opera ricordo benissimo che scelsi quel Canto per farmi interrogare.

E le parole di Francesca ancora mi emozionano:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense».

 

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      (1) “Dante e i confini del diritto”, Justin Steinberg, ed. Viella

 

 

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